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Codici identificativi per le forze di polizia impegnate in operazioni di ordine pubblico: Amnesty International consegna 155mila firmatari della petizione

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Il 27 gennaio una delegazione di Amnesty International ha consegnato circa 155.000 firme al Capo della Polizia chiedere l’introduzione di una legge sui codici identificativi per le forze di polizia impegnate in operazioni di ordine pubblico. Dopo quattro anni di campagna, diversi incontri istituzionaliquattro disegni di legge depositati alla Camera e tante attività realizzate sul territorio è finalmente giunto il momento della consegna.

Insieme alla delegazione c’era anche Paolo Scaroni, testimonial della campagna, diventato invalido al 100% in seguito a una violenta aggressione delle forze di polizia.

Le immagini preoccupanti degli ultimi giorni sull’uso sproporzionato della forza da parte di agenti di polizia contro studenti, molti dei quali minorenni, ribadiscono quanto sia sempre più urgente adottare delle misure che consentano l’identificazione degli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico.

“L’Italia è uno dei pochi stati dell’Unione europea a non aver introdotto una misura sollecitata dal Parlamento europeo ormai 10 anni fa. Per questo continueremo a chiedere una legge che consenta l’introduzioni di codici identificativi” – spiegano da Amnesty International.

Tuttavia, c’è anche chi si ribella a questo tentativo. Di seguito, le parole del Sindacato Nazionale Finanzieri (Sinafi):

SINAFI: NESSUNO SI AZZARDI AD IMPORRE IL CODICE IDENTIFICATIVO SUI CASCHI E SULLE DIViSE DELLE FF.PP

Il Sindacato Nazionale Finanzieri plaude alle dichiarazioni rilasciate dal Ministro Lamorgese in occasione del recente comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Milano, relativamente all’ipotesi di introdurre i codici identificativi sulle divise degli operatori di polizia: le Forze di polizia difendono la collettività e le Istituzioni democratiche, nel rispetto incondizionato della legge.

Particolare, questo, che invece sfugge a chi, specie negli ultimi tempi, è avvezzo a usare indicibili violenze e aggressioni nei confronti delle donne e degli uomini che, con onore e senso di responsabilità, vestono una divisa, rappresentano lo Stato, le Istituzioni e difendono la civile convivenza.

In quest’ultimo mese numerosi appartenenti al Corpo, in servizio di controllo del territorio, sono stati vilmente aggrediti e feriti da personaggi fuori controllo, violenti e irrispettosi delle regole democratiche. Tanti analoghi episodi, come noto, accadono quotidianamente nei confronti di tutti gli altri appartenenti alle Forze di Polizia, ormai nell’indifferenza più assoluta dei mass media e persino della classe politica.

Suona, quindi, quantomeno stridente e disinnestato dalla realtà richiedere, foss’anche solo a titolo provocatorio, l’applicazione di una sorta di “numero di targa” sulle giubbe e sui caschi del personale impegnato in servizi di O.P. che, con grandissima consapevolezza, professionalità e quotidiani sacrifici (personali e familiari), garantisce e tutela l’equilibrio sociale e i valori costituzionali, mettendo a rischio la propria incolumità. Piuttosto, sarebbe da “targare” e contenere chi delinque, non certo i servitori dello Stato, sempre più sotto l’attacco di facinorosi e criminali di ogni genere, le cui allarmanti azioni sono favorite da un dilagante senso di impunità! È una questione sociale e culturale, con lo sguardo rivolto al futuro e soprattutto alle nuove generazioni che hanno il diritto di crescere in ambienti sani, secondo modelli educativi retti.

Condividendo appieno le parole e il pensiero esternato dal Ministero degli Interni, rimarchiamo di essere fermamente contrari a ipotesi di introduzione di codici identificativi (per la GdF al personale dei reparti ATPI) e, con l’occasione, rinnoviamo l’appello rivolto agli attori istituzionali affinché non prestino il fianco a scelte aberranti, attraverso cui si finirebbe per favorire il proliferare di episodi criminosi e violenti, già di per sé sovrabbondanti, andando esattamente nella direzione opposta a quella occorrente.

Piuttosto, è improcrastinabile favorire una legislazione che ponga concretamente gli appartenenti alle Forze di polizia nelle condizioni di poter operare in completa sicurezza e certezza d’impiego fornendo loro, nel contempo, adeguate tutele “ex ante” ed “ex post”, mezzi, apparecchiature, strumenti e tecnologie al passo con i tempi – come ad esempio il Taser e Body Cam – utili a prevenire e contrastare efficacemente episodi di violenza, che corrispondono al pieno disprezzo dell’ordine democratico costituito e delle Istituzioni, perché il diritto alla sicurezza (a cui noi aggiungiamo quello alla dignità personale e professionale degli operatori), al pari del diritto alla salute pubblica, costituisce presupposto e condizione necessari per la nascita, crescita e sopravvivenza di qualunque Stato democratico e delle libertà di cui si sostanzia.

Chiediamo ciò, semplicemente perché le donne e gli uomini in divisa rappresentano lo Stato e lo Stato ha il dovere e l’obbligo, logico e giuridico, di proteggere chi lo rappresenta, tutela e, purtroppo, quotidianamente subisce violenze inaudite per garantire la sicurezza della collettività.

Per queste ragioni, ieri il SINAFI ha scritto ai Ministri dell’Economia, degli Interni, della Difesa e al Comandante Generale della Guardia di Finanza, al fine di evitare che prendano corpo ipotesi del genere e, di contro, si apra un serio dibattito sulla necessità di rivedere le regole d’ingaggio degli operatori di Polizia al fine di mettere loro nelle migliori condizioni d’intervento e di operatività.