In primo piano Italia, politica e competenze: manca la cultura della meritocrazia e del sano confronto

Published on settembre 23rd, 2016 | by Francesco Crudo

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Politica, lavoro e competenze: manca la cultura della meritocrazia e del sano confronto

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Apparirà ovvio, quasi una banalità, dire che in Italia manchi la cultura della meritocrazia. Tuttavia, se si approfondisce portando alla luce i dati, tale frase acquisisce valore e consistenza. Non solo nella politica ma spesso anche nel mondo del lavoro, le persone non sono sfruttate per le loro competenze.

E’ sulla bocca di tutti la recente polemica che ha investito il Responsabile Comunicazione del Ministero della Sanità, Daniela Rodorigo. Senza voler intaccare la sua professionalità, ci si chiede quali siano i requisiti che la abbiano portata a svolgere questo ruolo così importante. Infatti, nel suo CV non vi è nessun riferimento specifico al suo ambito di competenza: laurea in giurisprudenza, Master in “Aziende Sanitarie. Gestione, Strutture, Funzioni, Organizzazione e Valutazione” e altri pregevoli meriti acquisiti. Il problema è che non vi è alcuna traccia di qualcosa che riguardi la comunicazione. Questo a simboleggiare l’atavica ignoranza che il nostro Paese ha su questa disciplina.

Altro facile esempio è quello riguardante la Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin. Da una persona che ha un simile incarico ci si aspetterebbe un CV più simile quantomeno a quello della Rodorigo e invece no: nella sua formazione risulta esserci un diploma di liceo classico e nessuna esperienza pregressa nel settore specifico. Ovvio che la sua fosse una nomina politica – nel migliore dei casi –, così come quasi tutte le altre nomine dei Ministeri.

Altro esempio quello del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Il suo titolo di studio? No, non Giurisprudenza come sarebbe logico, ma maturità scientifica. Maurizio Martina è invece il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Avrà sicuramente studiato in una facoltà di agraria? No: laurea in scienze politiche. Al Ministero dei Trasporti ci sarà sicuramente qualche esperto di urbanistica? Ancora una volta la risposta è no: Graziano Del Rio ha una laurea in Endocrinologia e nel 2000 ha presieduto la Commissione Sanità e Politiche sociali (il Ministero della Sanità sarebbe stato senza dubbio più coerente con la sua esperienza e formazione). Proviamo con il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. Esperto in politiche del lavoro attive e passive? Orientamento? Formazione? Psicologia del lavoro? No: perito agrario. Infine, Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, è un avvocato e non un esperto di beni culturali. A loro non serve l’esperienza: provate voi a mandare un CV a un’azienda senza avere esperienza nel settore richiesto e vediamo se vi rispondono.

Va dato atto che nei settori considerati chiave dal Governo (uno su tutti, il Ministero dell’Economia), vi siano persone con le adeguate competenze. Tuttavia, non basta: se Umberto Eco diceva che studiare Elvis ha la stessa valenza di studiare Platone, non ha senso privilegiare alcuni Ministeri a scapito di altri: il Ministero dell’Economia non deve essere più importante di quello della Salute. La politica dovrebbe essere la prima a dare il buon esempio e se a governare sono persone che non hanno le adeguate competenze, nel mondo del lavoro e della formazione la situazione non cambia di molto. Basti pensare a quante persone abbiano studiato per una disciplina e svolgano tutt’altro lavoro: ingegneri che guidano il taxi, laureati in lettere e lingue che fanno assistenza clienti e laureati in archeologia che svolgono l’attività di commessi. Senza denigrare le professioni che svolgono, non sono di certo ciò a cui aspiravano e per cui hanno buttato anima e sangue per anni. Si dirà che hanno intrapreso corsi di studio con poco mercato o sono stati mal consigliati: giustissima obiezione. 

Allora il problema si sposta sul settore legato all’orientamento e all’educazione, oltre che quello riguardante la divulgazione riguardante i settori lavorativi trainanti nel nostro Paese, zona per zona. Esiste un ente realmente funzionante che si occupi di ciò? La risposta è ovviamente no. Si pensi soltanto al mercato del lavoro. Sebbene esistano centri per l’impiego (che occupano una percentuale irrisoria della popolazione, intorno al 3,7%), agenzie interinali (percentuale di poco più alta, intorno al 6%) e siti che pubblicano annunci quotidianamente, manca un grande aggregatore per il lavoro e l’orientamento. Esiste il sito ufficiale del Ministero che pubblica offerte di lavoro: Cliclavoro. In quanti lo conoscevate? Alzate le mani, pochi. Al contrario, in Germania o in Olanda, le politiche legate all’orientamento sono molto più radicate e l’investimento che i Governi fanno in tali attività ha portato a un minor livello di disoccupazione. In Italia la percentuale di chi si pente del proprio percorso di studi è vicina al 50%. Fornire adeguati strumenti per migliorare la formazione delle generazioni future è senz’altro il primo strumento per incrementare l’occupazione. Lo scorso anno si era parlato di una modifica degli enti preposti, ma al momento nulla di concreto è all’orizzonte.

Il settore pubblico è un altro grande dilemma. Si dice che vi si entri soltanto tramite concorso, ma poi si scopre che esistono varie società private tramite le quali è possibile entrare a far parte del pubblico senza passare dai concorsi. Si dice che i concorsi siano taroccati. Si scopre che i politici appena eletti a governare portano persone fidate, e via discorrendo. I posti migliori sono sempre sempre affidati a manager che, talvolta, ricoprono più incarichi e consulenze – anche dopo essere andati in pensione – solo perché hanno le giuste conoscenze e possono fornire favori a chi di dovere. Non avrebbe più senso far accompagnare questi “esperti” a dei giovani in modo da condividere le competenze e sostituirli nell’immediato futuro? Con questo non si vuol dar colpa soltanto alla corruzione: la percentuale di persone impiegate non per meriti propri è relativamente alta nel pubblico, ma è senza dubbio inferiore in quello privato: stimata mediamente attorno al 5/6% per aziende di notevole grandezza poiché andare oltre questa soglia, soprattutto per le PMI, significherebbe far fallire l’azienda di turno. Da non sottovalutare anche la rivoluzione digitale, che ha portato a una frammentazione del mercato del lavoro. Ma se ciò ha aiutato ad abbattere i costi nelle aziende, perché lo smart working non ha preso piede in Italia? Bisognerebbe fare una seria analisi per sfruttare i vantaggi del digitale in ogni settore (pubblico in primis).

Dunque, se in Italia le persone non sono al posto giusto la colpa è senza dubbio del clientelismo imperante e quei pochi posti liberi sono considerati quasi irraggiungibili. I giovani con maggiori competenze scappano – giustamente – all’estero. La situazione è grave (ma non seria, cit.). Se prima passava sotto traccia perché la politica del “a ciascuno il suo” riusciva a impiegare molte persone, la crisi ha acuito il fenomeno della disoccupazione. Il modo di risolvere la problematica non è affatto semplice. Chi scrive non ha ricette magiche, ma sa senz’altro quale è la via che porta a provare a migliorare la situazione: il confronto. Bisognerebbe svolgere campagne di sensibilizzazione – fatte da persone competenti – per rovesciare determinati luoghi comuni e agevolare realmente non solo le imprese ma i giovani e tutte le persone inoccupate. Il Jobs Act è senz’altro servito a impiegare molti giovani, ma anche molte aziende a ottenere manodopera a costo zero e quindi sfruttarla il più possibile, finché fine incentivi non ci separino.
Inutile ricordare come avere un lavoro, e quindi una retribuzione costante, permetta alle persone non solo di avere dignità e benessere ma soprattutto una propria indipendenza. Le varie campagne legate al Fertility Day e quanto segue sono l’ennesimo schiaffo in faccia a una generazione tradita dai padri e che senz’altro ha le sue colpe. Ma il passato è passato e la distribuzione delle colpe serve a poco, se non a evitare che si ripetano gli stessi errori. Concentrarsi su come fare per risolvere i problemi e discutere è senz’altro la soluzione migliore. Le scuole e le università dovrebbero fornire le adeguate competenze pratico/teoriche sin dalla tenera età (la prima è quella legata alla conoscenza della lingua inglese) e il Governo dovrebbe evitare che voucher e stage si trasformino in un abuso da parte delle aziende. Questo per arrivare al secondo (relativo) problema che affligge il nostro Paese: l’eccessiva polarizzazione delle posizioni (e, in questo, i social network e internet non aiutano poiché manca una vera e propria legislazione che imponga il contraddittorio e il fact checking).

Un altro esempio per evidenziare i problemi del mancato confronto è quello legato alle Olimpiadi. Si è speculato sul farle o non farle senza ascoltare le ragioni della parte avversa. Si è parlato di cifre e dati del passato, si è pensato a tirare in ballo le conclusioni di tal università per giustificare la propria scelta. In quanti si sono posti il semplice quesito di indagare quali sarebbero stati i pro e i contro? E, una volta fatte le dovute valutazioni, prendere la decisione migliore? Pochi, forse nessuno. Di Maio disse di sì alle Olimpiadi, ma solo sotto l’egida dei 5 Stelle. E se hanno fatto dell’0nestà il loro vessillo, e la motivazione della rinuncia è stata quella del timore di sprechi, non sarebbe stato quantomeno logico attuare dei controlli mirati per evitare sprechi e ruberie per dimostrare non solo la loro coerenza ma anche di essere diversi dalla vecchia politica? Tale valutazione è valida soltanto se i pro avessero superato i contro. Il problema è dunque prevalentemente culturale.

Soltanto cambiando cultura e approntando discussioni serrate su tematiche specifiche e non per partito preso può far migliorare le cose. Ognuno pensa a sé e manca una vera cultura socialista (tanto cara sia a molti partiti di Destra che di Sinistra). In alcuni Paesi orientali, dopo aver guadagnato ciò che ritenevano giusto, i commercianti erano soliti invitare i propri clienti ad andare al negozio di fianco per far guadagnare anche i loro colleghi. Pensate che in Italia qualcuno sarebbe disposto a far ciò? L’individualismo che si è insinuato in Occidente è difficile da sradicare, e nella società dell’incertezza non possono che diminuire diritti, garanzie e tutele dei lavoratori. Almeno in Italia: se andiamo all’estero, soprattutto nella Mitteleuropa, scopriamo che le condizioni di lavoro sono migliori. La disgregazione dei Sindacati, il familismo amorale, le piazze diventate virtuali sono senz’altro concetti di attualità, ma non devono essere usati come scuse, bensì come problemi su cui riflettere e da cui ripartire per fare le dovute migliorie.

Si dice che mettersi in dubbio sia un atto di intelligenza: siamo pronti a mettere in discussione l’intero sistema Italia? Siamo pronti a confrontarci con i Paesi esteri e importare le buone pratiche? Siamo pronti a puntare sul lungo periodo e non al breve? Siamo pronti a riappropriarci dei nostri diritti? Quando (e se) saremo veramente pronti a far ciò, in ogni settore, la nostra nazione avrà speranze di uscire realmente dalla crisi valoriale ed economica.


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Notizie sull 'autore

Giornalista, web content editor, ufficio stampa, HR specialist ed esperto di orientamento e comunicazione. Appassionato di tutto ciò che fa parte dell’industria culturale, e non solo. E-mail: francesco.crudo@casilinanews.it



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